Ribot 1952-1972

1952-1972 Ribot – Il cavallo del secolo – Vince il premio “Pisa” del 1955, poi domina il galoppo mondiale. Imbattuto.

Nell’immaginario degli appassionati Ribot è “il cavallo del secolo”, il XX secolo, s’intende. In realtà le sue performance furono tante e tali che il suo nome è rimasto come sinonimo stesso di “campione dei campioni”: imbattuto in tutte le 16 corse disputate, compresi successi internazionali di grandissimo prestigio prima di un’importante carriera stalloniera che in larga parte ha avuto luogo negli Stati Uniti. Nella straordinaria vicenda di Ribot Barbaricina ebbe un ruolo importante e l’ippodromo di San Rossore fu un posto significativo. Eppure, benché noto e apprezzato nel mondo, anche narrando le imprese di Ribot non sono mancate alcune inesattezze. La più grave riguarda il suo luogo di nascita. Da sempre è stato scritto che la madre Romanella, undici mesi dopo essere stata coperta da Tenerani, andò a partorire al National Stud di Newmarket, nel Suffolk, poiché così aveva deciso il suo geniale allevatore Federico Tesio. Ma così non fu. Ribot nacque il 27 febbraio del 1952 presso il West Grinstead Stud, nella regione del West Sussex: fu quella, dal 1949 al 1962, la sede del National Stud, un luogo ben lontano da Newmarket.
Le vicissitudini giovanili di Ribot sono note perché fanno ormai parte della letteratura ippica. Le linee di sangue, alle quali Tesio si atteneva rigorosamente nei suoi studi, avevano portato all’incontro di Tenerani con Romanella ma si trattava di due soggetti verso i quali Tesio non aveva mai simpatizzato: il primo perché monorchide e di carattere instabile, la seconda perché deludente in pista e riottosa ai nastri di partenza. Fu perciò con occhio non benevolo che Tesio guardò il nuovo puledrino quando rientrò in Italia, trovandolo gracile e con molti difetti di costituzione. Opinione che non cambiò con il suo crescere tanto che, quando nel novembre del 1953 fu deciso, come ogni anno, lo svernamento della scuderia a Pisa, Ribot venne escluso. Ma Tesio aveva già 84 anni ed era quasi cieco e non fu difficile al suo principale collaboratore, Vittorio Ugo Penco, che invece credeva in quel puledro, disubbidire alle disposizioni date e portare anche Ribot sulle piste di allenamento pisane. Inizia così la fantastica storia di questo campione che trascorse tutti i suoi inverni a Barbaricina sia prima che dopo aver vinto il premio “Pisa” nel 1955.
Fra le 16 corse, da imbattuto, si segnalano le due edizioni dell’Arc de Triomphe del 1955 e del 1956, impresa grandiosa quanto azzardata poiché una possibile sconfitta nel ‘56 avrebbe inciso pesantemente sul valore del cavallo che a quel momento era immenso. Anche perché, prima di questo Arc, Ribot si era imposto all’attenzione internazionale vincendo in agosto ad Ascot, e con estrema facilità, anche le King George, corsa nella quale batté High Weldt, il cavallo della regina al quale rendeva ben 8 chili e 500 grammi di peso. Ma, giunti a ottobre, l’eccezionale potenza mostrata dal cavallo negli allenamenti sembrò giustificare il pur alto rischio di una sua nuova trasferta parigina.
Talvolta si è letto che un cavallo negli anni ‘50, pur considerato un campione, era raffrontato ad avversari forse non di primissima categoria e in corse spesso non affollate come accade ai giorni nostri. A questo proposito merita ricordare che nell’Arc de Triomphe del 1955, fra i 23 cavalli al via, c’erano i più forti cavalli d’Europa compresi i quattro portacolori della famosa scuderia di Marcel Boussac, cioè i vincitori classici Kurun, Macip, Cordova e Mercadial. E fra i 20 cavalli dell’edizione dell’anno seguente erano in pista due temibili soggetti addirittura giunti dagli Stati Uniti – Fisherman e Career Boy – oltre a Talgo, vincitore del Derby irlandese, a Tamerko, vincitore del Grand Prix de Paris, e ai portacolori del solito Boussac e dell’Aga Khan.
Conclusa la carriera agonistica con il successo nel secondo Arc, per tre anni Ribot fu stallone in Italia e in Inghilterra generando, in quel breve periodo, due vincitori di Arc de Triomphe: Molvedo nel 1961 e Prince Royal nel 1963, frutto dell’ultima stagione di monta, quella del 1959. Poi il viaggio senza ritorno negli Stati Uniti, nell’immensa farm del petroliere texano John Galbraith a Lexington (Kentucky). Dopo la morte del campione, avvenuta la notte del 30 aprile 1972, Galbraith gli farà erigere un monumento con la scritta “Ribot, Italian Sire”.
Ci si è chiesti spesso perché Ribot fosse tanto forte da essere imbattibile. Così lo descrisse John Aiscan, il suo biografo americano: “Era una macchina da guerra così costruita: 4 quintali e mezzo di peso, garretti dritti e forti, tendini e nervi d’acciaio, muscoli asciutti e leggeri, treno posteriore capace di sprigionare la massima potenza, grande capacità di concentrazione nella gara e nella ricerca del successo. Ma, soprattutto, eccezionale capacità toracica che gli consentiva di immettere 26 litri d’aria nei polmoni a ogni ispirazione, ben superiore a quella di ogni altro cavallo da corsa”. E poco altro resta da aggiungere.

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